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ADV non convenzionale | Quando la censura è un valore aggiunto (o una strategia) per il viral marketing

Una pubblicità è d’impatto quando riesce a comunicare messaggi forti, provocatori e trasgressivi ai fini di attirare l’attenzione del pubblico. Ovviamente la grande sfida dei pubblicitari e videomarker è riuscire a  realizzare contenuti ad alto impatto emotivo e che possano generare una spontanea e naturale condivisione da parte degli utenti.

L’obiettivo è far sì che lo spot pubblicitario diventi virale, che per i burocrati dell’advertising equivale a un  numero esponenzialmente alto di visualizzazioni e condivisioni  sul web, generando un passaparola mediatico di portata tale da decretarne il successo in termini di brand awareness e reputation.

A volte, però, alcune di queste idee superano la barriera del politically correct e rimangono confinate sul web senza esplodere nel mondo reale per via di problemi legati alla normativa vigente, del Paese di riferimento, in materia di comunicazione pubblicitaria.

La “censura” può sembrare un metodo scomodo e altrettanto brutale da condividere, soprattutto per i creativi, ma in alcuni casi è stato il valore aggiunto che ha fatto sì che lo spot video diventasse un fenomeno virale, nel più classico degli Effetti Streisand.

Abbiamo analizzato dei casi in cui, vuoi il caso o una strategia di marketing, la “censura” ha portato decisamente fortuna.

l’ADV Sodastream

Sodastream, un’azienda che produce additivi per “insaporire” l’acqua corrente, in occasione del Superbowl realizzò uno spot pubblicitario che fu fortemente discusso e contestato, nonché censurato.

Lo spot non andò mai in onda, perché violava le regole sulla pubblicità comparativa (il prodotto Sodastream veniva posto in antitesi con Coca e Pepsi, per aumentare il tasso di conflittualità e di interesse).

La star  hollywodiana Scarlett Johannson, protagonista della clip, chiude la sua performance con un “Sorry, Coke and Pepsi” – considerato un vero attacco frontale  ai due più grandi sponsor sportivi statunitensi.

Eppure, si trattò di un successo enorme sul web.

Il video, infatti, divenne molto popolare online (due milioni di visualizzazioni su Youtube sul solo canale ufficiale di Sodastream).

Risultato?

La Sodastream risparmiò i 3-4 milioni di dollari necessari alla messa in onda per una volta durante il Superbowl e il video riscosse ugualmente un grandissimo seguito sul web.

L’ADV Four Season

Lo spot della Four Season, azienda australiana che produce preservativi, fin dall’ideazione del suo concept aveva le carte in regola per essere censurato a causa di contenuti e immagini sessualmente troppo esplicite.

Con la surreale scusa di voler trovare la “misura giusta”, i protagonisti provano diversi condom nel corso di un lungo rapporto sessuale che si svolge in una farmacia, parzialmente coperto dalla commessa che cerca di “aiutarli” e dagli scaffali del locale.

Una scena troppo hard per l’Advertising Standards Board australiana , che ne impedì la messa in onda.

Ma in fondo l’agenzia di pubblicitaria sembra aver voluto questo, che lo spot fosse “bannato” per poterlo rilanciare sul web.

Risultato?

Lo spot dei preservativi dell’azienda australiana diventò  immediatamente “virale” su YouTube, dove riuscì a totalizzare in pochissimi giorni più di un milione di clic.

Visualizzazioni tot:  9.531.355

L’ADV Durex

I creativi della Durex sono noti per l’adv non convenzionale, spesso molto spinto, e qualche volta anche politicamente scorretto.

Il loro stile comunicativo frizzate, arguto e talvolta irriverente si è trovato diverse volte in contrasto con la legislazione in materia di comunicazione pubblicitaria.

Nonostante questo i suoi spot pubblicitari che sono stati oggetto di censura, risultano tra quelli che hanno riscosso un maggior seguito sul web e sul canale Yotube.

Alla luce dei casi analizzati viene legittimo chiedersi: la censura può far parte realmente di una strategia di marketing? Purtroppo non siamo in grado di fornirvi una risposta esatta pertanto ci risulta estremamente difficile credere che grandi Aziende, come quelle citate nell’articolo, possano essere realmente “vittime” inconsapevoli della censura.

E per citare il famoso scrittore inglese Oscar Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.”

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